Metodo
ECEL
Il metodo Empathic Care End of Life (ECEL) è stato ideato nel 2004 da Daniela Muggia, dopo trent’anni di studi e venticinque anni di esperienza a fianco di persone con malattia terminale.
Il metodo poggia su tre radici:
• Occidentale: gli studi condotti negli ultimi decenni nei campi delle neuroscienze, della fisica quantistica e della neurocardiologia, che sostengono il nuovo paradigma scientifico fondato sulla teoria del Campo Unificato e sulla non località della coscienza.
• Orientale: la visione tanatologica tibetana e il suo corpus di pratiche meditative tra le quali quelle dette ‘della compassione’, la cui validità ed efficacia è confermata da numerosi studi scientifici.
• Esperienziale: l’esperienza accumulata in oltre vent’anni dagli accompagnatori dell’Associazione Tonglen ODV di Torino sotto la guida di Daniela Muggia.
Benché si avvalga di pratiche meditative provenienti dalla tradizione tibetana, ECEL non ha alcuna connotazione religiosa ma riconosce e rispetta pienamente le convinzioni spirituali del morente.
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Nel metodo ECEL il termine “empatia” si riferisce alla capacità di connettersi profondamente con l’altro, cogliendone lo stato interiore in maniera immediata. Questa capacità, in ECEL, è sempre eticamente orientata e viene coltivata dall’operatore attraverso l’addestramento meditativo. Si tratta di una condizione descritta, tra gli altri, da Tania Singer, direttrice del Max Planck Society’s Social Neuroscience Lab di Berlino, che si è dedicata in modo particolare allo studio dei meccanismi sottostanti a emozioni sociali come la compassione e l’empatia, e la loro connessione con le possibilità plastiche del cervello.
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La pratica meditativa di consapevolezza impiegata nel metodo ECEL, come conferma la ricerca scientifica occidentale, permette di sviluppare uno stato interiore di lucidità e serenità, profondamente empatico ed eticamente orientato: gli operatori si allenano ad attivare e mantenere volontariamente una condizione di pace mentale, che può essere trasmessa tramite il canale empatico alla persona (o all’animale) sofferente, avvalendosi della capacità empatica che emerge naturalmente, tanto nell’essere umano quanto nell’animale, quando si avvicina alla morte. Su questa base vengono poi innestate pratiche più specifiche, particolarmente utili al fine di stimolare la resilienza in chi si trova ad affrontare la sofferenza terminale, il momento della morte e il processo del lutto.
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Il metodo ECEL ha ricevuto numerosi riconoscimenti in ambito medico e accademico: Premio Terzani 2008 per l’Umanizzazione della Medicina, con due studi vincitori dedicati all’accompagnamento empatico; Progetto-pilota 2010 nelle Terapie Intensive della Regione Emilia Romagna, volto a garantire dignità e umanizzazione della cura; Master universitari: in pedagogia e tanatologia (Università Roma Tre, 2013) e in cure palliative; Formazioni ECM in hospice e ospedali, volte ad aggiornare il personale sanitario sulle pratiche del metodo.
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Il metodo ECEL è stato utilizzato in diversi contesti perché affronta direttamente la sofferenza, lo stress e le paure più profonde delle persone a contatto con esseri morenti. È risultato particolarmente efficace per: il personale sanitario in condizioni di burn-out; l’elaborazione del lutto in ambito scolastico; la formazione di volontari in associazioni che operano con malati terminali; la gestione della sofferenza terminale, propria o altrui; i bambini con disturbi dell’attenzione.
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Le applicazioni del metodo ECEL sono molteplici e includono:
• scuole, con formazione degli insegnanti
e interventi nelle classi;
• carceri, per la gestione della sofferenza
e dei conflitti;
• accompagnamento di animali
alla fine della vita;
• ambito familiare e lavorativo, per la gestione
dei conflitti con un approccio empatico;
• strutture sanitarie, con formazione di caregivers,
volontari e professionisti che sono quotidianamente
a contatto con la sofferenza e devono imparare
a gestire situazioni delicate.
Uno studio condotto presso il Reparto oncologico dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma ha dimostrato come il metodo riduca il burn-out del personale sanitario. I benefici sono risultati duraturi anche a 18 mesi dall’intervento e sono stati confermati da successive ricerche neuroscientifiche a livello internazionale.